Chi cura le piaghe da decubito? Il ruolo del team di cura

Infermieri mostrano immagini di piaghe da decubito a un paziente anziano, indicando chi cura le piaghe da decubito con competenza e attenzione.

Scritto da

Annamaria Cattaneo

Pubblicato il

8 apr 2026

Indice

La domanda chi cura le piaghe da decubito ha una risposta meno semplice di quanto sembri. Nella pratica, la guarigione dipende da una presa in carico coordinata: medico, infermiere e, nei casi più complessi, un’équipe specializzata che lavora sulla ferita, sulla mobilità e sulle cause che l’hanno provocata. Qui trovi una spiegazione concreta di chi interviene, quando serve lo specialista, cosa fa davvero il team di cura e come può muoversi un caregiver senza peggiorare la situazione.

Le informazioni essenziali da avere subito

  • La prima valutazione passa quasi sempre da medico di base e infermiere, soprattutto se la persona è seguita a domicilio.
  • Per lesioni profonde, infette, molto essudanti o che non migliorano, serve spesso un infermiere esperto in wound care.
  • La medicazione da sola non basta: bisogna togliere pressione, controllare umidità, dolore, nutrizione e mobilità.
  • Se la lesione non mostra miglioramenti in 2-4 settimane, il piano va rivalutato.
  • In caso di segni di infezione o peggioramento rapido, non aspettare: serve una valutazione clinica tempestiva.
  • In alcuni protocolli clinici, nei pazienti malnutriti o a rischio si considerano 30-35 kcal/kg/die e 1,25-1,5 g di proteine/kg/die.

La cura passa quasi sempre da un’équipe, non da una sola figura

Nella pratica, la prima figura da coinvolgere è di solito il medico di medicina generale o il medico curante: inquadra il problema, valuta le condizioni generali e attiva gli invii giusti. Accanto a lui c’è l’infermiere, che non si limita a “cambiare la medicazione”, ma osserva l’evoluzione della lesione, controlla la cute circostante e tiene insieme il percorso assistenziale, anche quando il paziente è seguito a domicilio. Secondo l’ISS, le lesioni da pressione richiedono un trattamento rapido ed efficace e un approccio multidisciplinare.
Figura Quando interviene Cosa fa concretamente
Medico di base o curante Subito, alla prima comparsa o al peggioramento Valuta il quadro generale, le comorbidità e decide gli invii
Infermiere territoriale o ADI Quasi sempre, soprattutto a domicilio Valuta la lesione, esegue le medicazioni, monitora i cambiamenti
Infermiere esperto in wound care Quando la ferita è complessa o non risponde Imposta il piano locale, sceglie i presidi, coordina la rivalutazione
Geriatra, dermatologo, chirurgo plastico, infettivologo o diabetologo Nei casi complessi o con complicanze Gestisce cause associate, infezione, necrosi, necessità chirurgiche o metaboliche
Dietista o nutrizionista Se c’è malnutrizione o rischio nutrizionale Imposta il supporto alimentare e corregge carenze energetiche e proteiche
Fisioterapista Quando mobilità e postura sono parte del problema Migliora i passaggi posturali, l’assetto in carrozzina e l’uso degli ausili

Questa distinzione conta, perché non tutte le lesioni hanno la stessa complessità. Una lesione superficiale e stabile può restare in gestione territoriale; una lesione profonda, recidivante o infetta richiede spesso un livello di cura più alto, e qui entra in gioco la logica del wound care, cioè la gestione specialistica delle ferite difficili. Da qui si capisce quando basta il controllo di routine e quando serve alzare il livello di attenzione.

Quando basta il medico di base e quando serve lo specialista

Le lesioni più iniziali, soprattutto se non ci sono infezione, necrosi o peggioramento rapido, possono essere seguite con una combinazione di assistenza infermieristica, controllo medico e prevenzione rigorosa. Quando seguo questi casi, la prima cosa che guardo non è il tipo di cerotto, ma la causa della pressione: se quella non viene corretta, la ferita tende a restare ferma o a peggiorare.

Situzione clinica Chi di solito la segue Perché cambia il livello di cura
Lesione superficiale, non infetta Medico di base e infermiere Serve monitoraggio stretto e prevenzione, non sempre uno specialista immediato
Lesione che non migliora in 2-4 settimane Infermiere esperto o wound care team Il piano va rivalutato perché il decorso non è quello atteso
Lesione profonda, necrotica o molto essudante Wound care team e, se necessario, chirurgo Servono competenze specifiche su sbrigliamento, medicazioni e complicanze
Segni di infezione o estensione del danno Valutazione urgente multidisciplinare Il rischio di peggioramento locale e generale aumenta

Le linee guida AIUC, pubblicate nel circuito ISS, confermano questo impianto: prevenzione, presa in carico condivisa e uso appropriato delle competenze. In altre parole, non esiste una risposta seria che dica “basta una crema”: la domanda giusta è chi deve vedere la lesione oggi, e con quale obiettivo clinico. Questo chiarisce il percorso, ma per capire davvero la cura bisogna vedere cosa fa l’équipe nel concreto.

Tre operatori sanitari assistono un paziente a letto, mostrando come chi cura le piaghe da decubito con attenzione e professionalità.

Che cosa fa davvero il team di wound care

Il team specializzato non lavora solo sulla medicazione, e questo è il punto che spesso viene sottovalutato. Il trattamento efficace si costruisce attorno a quattro assi: togliere pressione, pulire e sbrigliare quando serve, gestire essudato e infezione, e proteggere la cute perilesionale. Se uno di questi pezzi manca, la ferita fa più fatica a chiudersi.

  • Scarico della pressione con riposizionamenti, cuscini, materassi e superfici di supporto adeguate.
  • Detersione della lesione a ogni cambio di medicazione, con tecnica adeguata allo stato della ferita.
  • Scelta della medicazione in base a quantità di essudato, tessuto presente e profondità, non in base all’abitudine.
  • Valutazione del dolore, perché una cura troppo traumatica rallenta il percorso e peggiora l’adesione del paziente.
  • Controllo dell’infezione e rivalutazione precoce se compaiono odore, essudato anomalo o mancata guarigione.
  • Coinvolgimento di nutrizione e riabilitazione, perché la lesione è anche il riflesso dello stato generale della persona.

In molti protocolli clinici le medicazioni non si cambiano “per forza” ogni giorno: alcune restano in sede più a lungo, altre richiedono un controllo ravvicinato se la ferita è molto essudante. La logica è semplice: la medicazione deve essere coerente con la lesione, non con un calendario fisso. E proprio per questo, quando il dolore, l’odore o l’essudato cambiano, il piano va rivisto.

Cosa può fare la famiglia a casa senza peggiorare la ferita

A casa il caregiver fa una differenza enorme, ma solo se si muove dentro confini chiari. Non serve inventare rimedi: serve togliere carico, proteggere la cute e osservare con precisione. La parte più importante, spesso, è quella meno visibile.

  1. Riposiziona la persona con regolarità e senza trascinare il corpo sul letto o sulla sedia.
  2. Se la persona è in carrozzina, alterna i punti di pressione almeno ogni ora; se riesce, può anche alleggerire il carico ogni 15 minuti.
  3. Mantieni la cute pulita e asciutta, soprattutto in caso di incontinenza, sudorazione o secrezioni.
  4. Segui le medicazioni prescritte senza improvvisare creme, polveri o prodotti “asciuganti” non indicati.
  5. Usa cuscini, materassi o altri ausili solo se adatti alla situazione clinica.
  6. Annota odore, quantità di essudato, dolore e cambiamenti visibili: aiutano molto chi prende in carico il caso.

Ci sono anche cose da non fare. Nei pazienti a rischio vanno evitati i massaggi sulle prominenze ossee, così come i dispositivi improvvisati che concentrano la pressione invece di distribuirla, come ciambelle, guanti riempiti d’acqua o soluzioni simili. Io su questo sono molto netto: se un ausilio non distribuisce davvero il carico, spesso fa più male che bene. Per questo la prevenzione va costruita con criteri clinici, non con l’intuizione del momento.

I segnali che impongono una valutazione rapida

Ci sono segnali che spostano la situazione dal controllo alla rivalutazione clinica. Nelle schede di wound care i campanelli d’allarme più utili sono piuttosto concreti: la ferita non migliora da circa due settimane, l’odore peggiora, l’essudato aumenta, il dolore cresce, il tessuto di granulazione diventa friabile o compaiono aree più scure o più profonde.

Segnale Perché conta Cosa fare
Nessun miglioramento per 2 settimane Il piano potrebbe non essere adeguato Rivalutazione medica e infermieristica
Odore forte o in aumento Può indicare aumento della carica batterica o infezione Controllo clinico e revisione della medicazione
Essudato più abbondante o purulento La ferita sta cambiando equilibrio Serve una nuova valutazione del trattamento locale
Dolore crescente Può segnalare complicanza o medicazione non tollerata Non forzare i cambi e avvisare il curante
Arrossamento che si allarga o indurimento Possibile diffusione dell’infezione Valutazione urgente

Se compaiono febbre, peggioramento rapido o una lesione che si approfondisce in pochi giorni, non aspettare la visita di routine. Il punto non è allarmare, ma evitare che una situazione ancora gestibile diventi molto più difficile da recuperare. Da qui si arriva all’ultimo aspetto, spesso decisivo: mobilità e nutrizione.

Il punto spesso trascurato sono mobilità e nutrizione

Una lesione da pressione non guarisce bene se il corpo resta schiacciato nello stesso punto e se i tessuti non hanno abbastanza energia per ripararsi. Per questo il lavoro del fisioterapista e quello del nutrizionista non sono accessori: fanno parte della cura. La mobilità riduce il carico ripetuto, la nutrizione sostiene la ricostruzione dei tessuti.

In alcuni protocolli clinici si suggeriscono 30-35 chilocalorie per kg di peso corporeo al giorno e 1,25-1,5 grammi di proteine per kg di peso corporeo al giorno nei pazienti malnutriti o a rischio di malnutrizione. Non è una ricetta automatica, ma un ordine di grandezza utile quando la persona è fragile, mangia poco o ha una ferita che fatica a progredire. Se possibile, il piano va personalizzato con un professionista della nutrizione.

Per chi sta in carrozzina o passa molte ore a letto, contano anche i piccoli dettagli: cambiare assetto con regolarità, usare superfici di supporto adeguate e distribuire il carico sui punti di appoggio. Qui la differenza la fa la continuità, non l’intervento isolato. E questa continuità è proprio ciò che rende efficace la presa in carico.

La strada più sicura per arrivare alla cura giusta

Se devo sintetizzare il percorso in modo pratico, la sequenza corretta è questa: far valutare la lesione da medico e infermiere, scaricare subito la pressione, scegliere una medicazione coerente con il tipo di ferita, correggere nutrizione e mobilità, e chiedere il wound care specialist quando la situazione è complessa o non migliora. È un processo meno spettacolare dei rimedi rapidi, ma è quello che riduce davvero il rischio di peggioramento.

La regola che tengo più ferma è semplice: una lesione da pressione non si tratta solo sul letto della ferita, si tratta sul letto, nella stanza, nella postura e nel piatto. Se la persona è allettata o fragile, il passo giusto non è aspettare che “si chiuda da sola”, ma attivare presto la rete giusta e mantenerla coerente fino alla rivalutazione.

Domande frequenti

Di solito si parte dal medico di base o dal medico curante, insieme all’infermiere territoriale o ADI. Il medico inquadra il quadro generale e decide gli invii, mentre l’infermiere valuta la lesione, imposta le medicazioni e segue i cambiamenti nel tempo.

Lo specialista è utile soprattutto se la lesione è profonda, necrotica, molto essudante, infetta o non migliora dopo 2-4 settimane. In questi casi può servire un’équipe più ampia, con geriatra, dermatologo, chirurgo plastico, infettivologo, diabetologo, dietista o fisioterapista.

Il trattamento efficace non riguarda solo la medicazione: bisogna togliere pressione, detergere la lesione, sbrigliarla quando serve, gestire essudato e infezione, proteggere la cute circostante e valutare il dolore. Nutrizione e riabilitazione fanno parte della cura, perché la ferita guarisce meglio se il corpo è messo nelle condizioni giuste.

Se la lesione non migliora da circa 2 settimane, se l’odore aumenta, se l’essudato diventa più abbondante o purulento, se il dolore cresce o se compaiono arrossamento esteso e indurimento, serve una nuova valutazione clinica. Febbre o peggioramento rapido richiedono attenzione tempestiva.

Il caregiver deve riposizionare la persona con regolarità, evitare di trascinare il corpo, mantenere la cute pulita e asciutta e seguire le medicazioni prescritte senza improvvisare prodotti. In carrozzina è utile cambiare appoggio spesso, almeno ogni ora, e se possibile alleggerire il carico ogni 15 minuti. Vanno evitati massaggi sulle prominenze ossee e ausili improvvisati che concentrano la pressione.

Valuta l'articolo

Valutazione: 0.00 Numero di voti: 0

Tag:

lesioni da pressione nutrizione infezione ferite difficili mobilità

Condividi post

Annamaria Cattaneo

Annamaria Cattaneo

Mi chiamo Annamaria Cattaneo e ho accumulato 13 anni di esperienza nel campo dell'assistenza domiciliare, della salute e del supporto ai caregiver. La mia passione per questo settore è nata dall'osservazione delle difficoltà quotidiane che molte famiglie affrontano nel prendersi cura dei propri cari. Credo fermamente che un'informazione chiara e accessibile possa fare la differenza nella vita di chi si trova in queste situazioni. Nel mio lavoro, mi dedico a scrivere articoli che semplificano argomenti complessi, rendendoli comprensibili e utili per i lettori. Mi impegno a controllare le fonti e a mantenere aggiornati i contenuti, affinché le informazioni siano sempre accurate e pertinenti. Attraverso il mio approccio, spero di aiutare le persone a navigare nel mondo dell'assistenza e della salute con maggiore consapevolezza e serenità.

Scrivi un commento